Mi piace definire il sogno: “il fiore della psiche”. Spontanea come una fioritura naturale, nel sonno della coscienza, l’attività psichica si produce in una produzione autonoma, libera, significativa.

Rappresenta il migliore esempio che possiamo portare per chiarificare il carattere autonomo della psiche. Essa, libera espressione naturale, si esprime senza partecipazione della coscienza.

In un mondo dove la razionalità cosciente dell’uomo minaccia la natura biologica-costitutiva delle cose, il sogno interviene per mostrare, sugli schermi del proprio cinema interiore, una rappresentazione di fatti, relazioni, posizioni esistenziali a volte contraria, compensativa/complementare, a volte rafforzativa a quella cosciente. Questo carattere naturale è esplicato al meglio dalle reazioni della psiche al trauma. I sogni si fanno portatori di immagini che lo riguardano. Come se la psiche, organismo naturale vivente, avesse l’imperativo bisogno di riprodurre ciò che la coscienza ha violentemente esperito nel tentativo di creare un canale di sbocco all’emozione. Così come il corpo che si difende con la febbre dalle infezioni, impegnando tutto l’organismo nella lotta contro gli elementi nocivi, così la psiche con il suo sangue: le immagini.

Abbiamo dunque la possibilità d’instaurare un dialogo con il materiale proveniente dallo psichismo inconscio ma è un lavoro paziente e refrattario alle imposizioni della coscienza, alla sua “fretta”. Le “immagini simboliche soccorritrici” come le chiama Marie Louise von Franz arrivano così come rinforzi inaspettati durante una cruenta battaglia. Non si può determinare il quando. “Ogni cosa che ha valore richiede tempo e pazienza”, riflettiamo su queste parole di Carl Gustav Jung. In un mondo dove anche taluni interventi psicoterapeutici promettono risultati veloce (personalmente diffido da queste soluzioni a buon mercato) riflettiamo sull’antico detto latino “natura non facit saltus”.